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Se l’idea di camminare per giorni tra montagne selvagge, borghi abbandonati e foreste di faggio senza incontrare quasi nessuno ti affascina, il Cammino dei Briganti è probabilmente il trekking più emozionante e sottovalutato d’Italia. Un percorso ad anello di circa 100 chilometri nel cuore dell’Abruzzo e al confine con il Lazio, sulle orme dei briganti post-unitari che un secolo e mezzo fa si rifugiavano tra queste montagne per sfuggire all’esercito piemontese.
Non servono gambe da atleta né attrezzatura da spedizione himalayana. Serve voglia di camminare, un paio di scarpe da trekking rodate e la disponibilità a scoprire un’Italia che sembra ferma al secolo scorso — in senso buono. Il Cammino dei Briganti è percorribile in 7 tappe da 12-18 chilometri ciascuna, con dislivelli moderati e pernottamenti in piccoli borghi dove l’ospitalità è ancora un fatto naturale e non un business.
L’anello parte e arriva a Sante Marie, un piccolo comune nella Piana del Cavaliere, facilmente raggiungibile in treno da Roma (stazione di Carsoli-Oricola, a un’ora dalla capitale). Da lì il percorso sale gradualmente verso il Cicolano — una delle aree più spopolate d’Italia, con densità di popolazione inferiore a 10 abitanti per chilometro quadro — attraversando boschi di quercia, castagneto e faggio, altipiani carsici, gole fluviali e borghi dove vivono poche decine di persone.
La prima tappa, da Sante Marie a Nesce, è un’introduzione dolce: 14 chilometri attraverso colline coltivate e boschetti, con vista sul Monte Velino. Il borgo di Nesce ha una manciata di case in pietra e un’ospitalità che si appoggia su un rifugio gestito dalla comunità locale — cena con prodotti del territorio inclusa.
La tappa più spettacolare è la terza, che attraversa la Valle del Salto con il suo lago artificiale circondato da montagne boscose. Qui il paesaggio cambia: le querce lasciano spazio ai faggi, l’aria si fa più fresca, e il silenzio è così profondo che senti il battito delle ali dei rapaci che sorvolano la valle. È in questa zona che i briganti di Cartore — il più famoso fu Berardino Catitti — si nascondevano nelle grotte naturali delle pareti rocciose.
L’ultima tappa, da Rosciolo dei Marsi a Sante Marie, attraversa la spettacolare Gola di Celano — un canyon profondo con pareti verticali di 200 metri e un sentiero che si snoda tra massi giganteschi lungo il torrente. È il finale perfetto per un cammino che alterna costantemente momenti di dolcezza pastorale a scenari quasi dolomitici.
Il Cammino dei Briganti è un percorso ben segnalato con bandierine e frecce gialle. Esiste una traccia GPX ufficiale scaricabile gratuitamente dal sito del cammino, e un’app dedicata con aggiornamenti sui sentieri. Non è necessaria una guida, ma se è la tua prima esperienza di trekking multi-giorno, unirti a un gruppo organizzato può darti più sicurezza.
Per apprezzare pienamente il cammino, vale la pena conoscere la storia dei briganti che gli danno il nome. Dopo l’Unità d’Italia nel 1861, il nuovo governo piemontese impose tasse pesanti e coscrizione obbligatoria alle popolazioni del Mezzogiorno, che vivevano in condizioni di povertà estrema. La reazione fu il brigantaggio: bande di contadini, pastori e disertori che si diedero alla macchia nelle montagne, combattendo una guerriglia che il governo represse con metodi brutali — la cosiddetta “legge Pica” del 1863 sospese i diritti civili in intere province.
Le montagne del Cicolano e della Marsica furono uno dei teatri principali di questa guerra dimenticata. I briganti conoscevano ogni grotta, ogni sentiero, ogni rifugio naturale — gli stessi che attraverserai tu durante il cammino. In molti borghi lungo il percorso, gli anziani conservano ancora memorie orali tramandate dai nonni: storie di fughe, agguati, tradimenti e solidarietà clandestina che aggiungono uno strato di profondità emotiva a ogni passo.
Il Cammino dei Briganti non è solo un trekking — è un viaggio nel tempo attraverso un’Italia dimenticata dalle guide turistiche e dai tour operator. Un’Italia di pietre, silenzio, cielo aperto e comunità che resistono allo spopolamento con dignità e ospitalità. Ogni sera, seduto a cena in un agriturismo con il proprietario che ti racconta la storia del suo borgo e ti versa il vino della cantina, capirai che il vero lusso non è il resort a cinque stelle — è la connessione autentica con un luogo e le persone che lo abitano.
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